22 novembre 2010

God is a woman



Non ho saputo resistere ... questa mattina mi sono recata in edicola  e ho comprato Vanity fair. Non amo leggere riviste o giornali preferisco tenermi aggiornata attraverso il web... soprattutto per comodità , lo ammetto. Ma non ho resistito alla notizia della Giovanna nazionale che scrive alla figlia. Vi confesso che mi ha emozionato tantissimo. Non voglio entrare nel merito della scelta di Gianna Nannini ... come dice lei, bisogna  rispettare il diritto di poter scegliere, e lei ha scelto di diventare mamma in un età in cui si è abituati a non pensare più  ad un esserino piccolo che dipende totalmente da noi.

Scrive a Penelope, in modo semplice, diretto spiegandole perché la scelta del nome Penelope. " Ti ho chiamato Penelope perché mi hai aspettato tanto prima di nascere. Hai aspettato che fossi pronta. Per tre volte non lo sono stata, ma oggi lo sono. Tu il più grande amore della mia vita, arrivi dopo il dolore profondo e lo shok. Ma ci ho creduto pienamente, e ho sentito la forza per riuscirci, e Ti ho desiderata così tanto che oggi, mentre ti scrivo ti ho dentro di me.
Mi ha colpito in questa lettera la consapevolezza, la maturità con cui Gianna ha affrontato la sua gravidanza. Il dono più grande  meraviglioso, che Dio poteva concederle .
" Sei tu la gioia che aspetto, e che non mi è dato comprendere fino a quando non saremo faccia a faccia, io e Te. Per mettere al mondo un figlio bisognerebbe prendere la patente. Si, perché io non capisco come sia possibile che per guidare la macchina, o la barca, o anche il motorino serva un attestato di idoneità, e per essere genitori no. Si va forse incontro a minori responsabilità? "Io la patente l'ho presa, perché negli anni ho imparato a vivere e ad amare. E ho imparato che prima di mettere al mondo, i figli, bisognerebbe fare un esame che tenga in considerazione il rispetto della vita altrui e la libertà.E ancora una frase che mi ha posto a riflettere:" Perché chi crede che essere genitore sia un diritto, e non un dovere, finisce per indottrinare i propri figli anziché educarli." e ancora:" Tu sei la mia realtà. E ancora adesso, mentre Ti scrivo, stento a credere che possa essere vero. Sono incredula a ogni ecografia. Il battito del tuo cuore è la musica più bella." ... " Ogni tanto penso a te , sposti tutti i miei confini". A chi crede che Gianna sia un caso risponde:" Tutti si sono dimenticati della libertà, e del diritto che ha ciascuno di noi di fare quello che vuole, quando vuole e con chi vuole.... chi invece di cercare di capire, ha preferito giudicare, puntare il dito e criticare ... dico loro : se c'è una COSA CHE SO, ADESSO, E' CHE TU NON SEI UN ERRORE."


Vivo di vivere, e Ti voglio far ridere, ne faremo delle belle Io e Te. Ciao Amore "GOD IS A WOMAN" Dio è donna. Lo capirai presto e lo capiremo insieme.

Semplicemente Gianna ... e basta!

I pezzi in violetto sono stati tratti dalla rivista di Vanity fair

8 novembre 2010

Mamme blogger



La serata tra blogger è andata benissimo... esempio lampante che il web non distribuisce solo schifezze, ma può far nascere degli incontri costruttivi dove potersi confrontare... (Ben inteso che dipende sempre da cosa si vende nella blog sfera. Se si vende fumo, fumo si raccoglie.)


1 novembre 2010

Stay Hungry. Stay Foolish. (Siate affamati. Siate Folli.)


Questa mattina come ogni mattina scarico la posta e passo da Facebook , nella pagina del professor Gabriele Chiesa ho trovato un video straordinario di uno dei geni del 20° sec. Stive Jobs. Se avete tempo leggetelo o ascoltatelo, perché da una carica emozionante.



Discorso di Steve Jobs a Stanford (2005)

In Informatica, Inglese on 4 February 2009 at 2:16 PM

Traduzione di Carlotta Cerri

Questo è un discorso che mi ha emozionata ed aiutata quando l’ho ascoltato la prima volta e tuttora mi trasmette grinta e fiducia nella vita. Lo traduco nella speranza che possa emozionare ed aiutare anche voi. Ma in ogni caso, leggetelo.

Leggete il discorso in lingua originale: Stay Hungry, Stay Foolish.

È per me un onore essere qui con voi, oggi, alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per essere onesto, questa è l’esperienza più vicina ad una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia riguarda l’unire i puntini.
Lasciai il Reed College dopo il primo semestre, ma continuai a frequentare in maniera ufficiosa per circa 18 mesi prima di abbandonare definitivamente. Perché mollai?

Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata e decise di darmi in adozione. Credeva fortemente che avrei dovuto essere cresciuto da persone laureate e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare alla nascita da un avvocato e da sua moglie. Quando arrivai al mando, però, loro decisero all’ultimo minuto che preferivano una bambina. Così i miei genitori, che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente”. Solo dopo, mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Accettò di farlo mesi dopo, solo quando i miei genitori promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno costoso tanto quanto Stanford e tutti i risparmi dei miei genitori finirono nelle tasse universitarie. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, a spendere tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando una vita intera. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Era piuttosto spaventoso all’epoca, ma guardandomi indietro è stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo stesso in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi entusiasmavano e cominciai invece a frequentare quelli che trovavo più interessanti.

Non fu tutto rose e fiori. Non avevo più una camera nel dormitorio ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Riportavo al negozio le bottiglie di Coca Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. E tutte le domeniche camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente l’unico buon pasto della settimana all’Hare Krishna. Adoravo tutto questo. E quello che trovai seguendo la mia curiosità e la mia intuizione risultò, solo dopo, essere senza prezzo.

Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la migliore formazione del Paese in calligrafia. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con grafie bellissime. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri serif e sans serif, la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, quello che rende eccezionale un’eccezionale stampa tipografica. Era bello, storico, artistico e raffinato in un modo che la scienza non è in grado di offrire e io ne ero completamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, tutto quello che avevo imparato mi tornò utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una bellissimo tipografia. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi mai partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto caratteri tipografici differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non avrei mai frequentato quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità tipografiche che ora hanno. Chiaramente, quando ero al college, era impossibile unire i puntini guardando al futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardarmi indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi indietro. Dovete aver fiducia che, in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia riguarda l’amore e la perdita
Io sono stato fortunato: ho trovato molto presto quello che amo fare. Io e Woz fondammo la Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Lavorammo duramente e in 10 anni Apple, da quell’azienda fatta di noi due e un garage, si è trasformata in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima realizzavamo la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io compivo 30 anni. L’anno seguente fui licenziato. Come si fa ad essere licenziati dall’azienda che tu stesso hai creato? Facile: quando Apple divenne più grande, assunsi qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me e per il primo anno le cose andarono molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro cominciarono a divergere e alla fine arrivammo ad uno scontro. Quando questo successe, la commissione dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni, io ero fuori. E in maniera piuttosto plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era perso e io devastato.

Per alcuni mesi non seppi assolutamente che cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu talmente un fallimento pubblico che presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: amavo ancora quello che avevo fatto. Ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato di un bit questo amore. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne resi conto allora, ma essere licenziato dalla Apple era stata la miglior cosa che mi potesse capitare. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT, un’altra azienda chiamata Pixar e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe poi diventata mia moglie. Pixar produsse il primo film d’animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più famoso al mondo. In un significativo susseguirsi di eventi, la Apple comprò NeXT, io ritornai alla Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è ora il cuore dell’attuale rinascita di Apple. E io e Laureen abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina molto amara, ma credo che il paziente ne avesse bisogno. Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa. Ma non perdete la fede. Sono convinto che l’unica cosa che mi trattenne dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quello che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre più bello con il passare degli anni. Perciò continuate a cercare finché non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia riguarda la morte
Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta era “no” per troppi giorni di fila, capivo che c’era qualcosa che doveva essere cambiato.

Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai trovato per fare le grandi scelte della mia vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutte le paure di imbarazzi o fallimenti – svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore per non cadere nella trappola di pensare che abbiamo qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.

Circa un anno fa mi fu diagnosticato un cancro. Alle sette e mezzo del mattino feci la scansione che mostrava chiaramente un tumore al pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che avrei avuto si e no 3 mesi di vita. Mi dissero di andare a casa e sistemare le mie faccende (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa che dovevo prepararmi a dire ai miei figli, in pochi mesi, tutto quello che pensavo di avere ancora una vita per dire. Significa che dovevo essere sicuro che tutto fosse organizzato in modo tale che per la mia famiglia fosse il più semplice possibile. Significa che dovevo dire i miei “addii”.

Vissi con il responso di quella diagnosi per tutto il giorno. Quella sera mi fecero una biopsia, in cui ti infilano un endoscopio giù per la gola, attraverso lo stomaco fino all’intestino per inserire un ago nel pancreas e prelevare alcune cellule del tumore. Io ero sotto anestesia, ma mia moglie – che era lì – mi raccontò che quando i medici videro le cellule al microscopio iniziarono a piangere, perché avevano appena scoperto che avevo una forma di cancro molto rara e curabile con un intervento chirurgico. Mi sottoposi all’intervento chirurgico e adesso sto bene.

Quella fu la volta in cui mi avvicinai di più alla morte e spero che, per qualche decennio, sia anche l’ultima. Essendoci passato, posso parlarvi adesso con un po’ più di certezza di quando la morte fosse per me solo un concetto astratto.

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. Ma comunque la morte è la meta che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è come deve essere, perché molto probabilmente la morte è la più grande invenzione della vita. E’ l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Ora, il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico, ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e le vostre intuizioni. In qualche modo loro sanno che cosa volete veramente. Tutto il resto è secondario.

Quando ero ragazzo esisteva una meravigliosa rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci mise dentro tutto il suo tocco poetico. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e dell’editoria elettronica, quindi la rivista era interamente creata con macchine da scrivere, forbici e polaroid. Era una specie di Google in versione cartacea, 35 anni prima che Google fosse inventato: era idealistica, traboccante di strumenti chiari e concetti meravigliosi.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina di questo numero c’era una fotografia di una strada di campagna al mattino presto, quel tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete abbastanza avventurosi. Sotto la foto erano scritte queste parole: “Stay Hungry. Stay Foolish”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.

25 giugno 2010

Ciao Maestra

Cara maestra,

eccoci qui a dirti ciao, con la consapevolezza che non sarà un arrivederci, se non per incontri sporadici che la vita ci potrà riservare.

A malincuore abbiamo appreso in questi giorni che non sei stata riconfermata per il nuovo anno scolastico.

Non vogliamo entrare nel merito della decisione presa dal consiglio di amministrazione della scuola: non ci sembra giusto.

Credo ci sarà però concesso di esprimere la nostra disapprovazione al riguardo. Semplicemente perché noi genitori ragioniamo con il cuore e non con i conti che devono quadrare. Ragioniamo con i progressi dei nostri figli, con i loro sorrisi e con il loro entusiasmo. E tu ne hai trasmesso tanto ai nostri bambini, essendo propositiva, non tirandoti mai indietro nella organizzazione di spettacoli o di nuove esperienze che li riguardavano.

Sei stata per loro uno straordinario punto di riferimento e ci dispiace che ad accorgercene siamo stati solo noi. Queste dovrebbero essere le uniche cose di cui tener conto in una valutazione, perché insegnanti come te arricchiscono il prestigio di una scuola.

Ma evidentemente i valori che una scuola cattolica dovrebbe trasmettere, oggi purtroppo hanno a che fare più con i numeri, senza tener più conto di ciò che si riesce a lasciare o trasmettere come essere umano. Quello che in questi anni tu hai donato ai nostri bimbi e di conseguenza a noi lo si vedrà con il tempo.

Questa è semplicemente una lettera con cui trasmetterti il nostro affetto e la nostra stima. Grazie per il tuo operato di insegnante e per averci sempre donato un sorriso e un po’ di ironia.

Ti auguriamo di trovare chi saprà ritenere indispensabili le tue qualità professionali, offrendoti al più presto la stabilità lavorativa che meriti.

Grazie di cuore.

10 giugno 2010

Il piccolo principe ... tra le vie di Jerago con Orago


Oggi voglio parlarvi di un iniziativa pregevole del paesino in cui vivo. Mi lusinga e mi rende orgogliosa parlare di quest'iniziativa nata da un' idea del Prof. Francesco Delpini e sostenuta dal comune. L'iniziativa nata nel 2001 coinvolge la fantasia dei bambini delle scuole medie e dell'ultimo anno delle scuole elementari. il tema : la storia del piccolo principe di Antoine de Sant - Exupéry. Si è creato un percorso percorribile a piedi o in bicicletta, valorizzando monumenti e angoli del paese con tavole di affreschi e tavole di disegni dipinti su mattonelle di ceramica... Il messaggio?: Valorizzare il territorio con una storia in cui tutti i giovani si possono rispecchiare e sentirsi parte di un progetto del luogo in cui vivono portando così le loro menti a rispettare la propria terra valorizzandola con delle opere d'arte create da loro.
Un progetto che ha avuto la collaborazione oltre che delle scuole del territorio e dell'amministrazione comunale anche della pro-loco e di molti artigiani che si sono prestati nella realizzazione delle immense tavole pittoriche che oggi arricchiscono il comune di Jerago con Orago.





L'introduzione del opuscolo del prof. Delpini.
(cliccate sopra per leggerla)


L'affresco che apre la storia (LA PARTENZA)


La mappa di Jerago con Orago con il percorso itinerante.


DOVE POTER RICHIEDERE L'OPUSCOLO DELLA STORIA E DEL PERCORSO:

e mail: demosocioculturale@comune.jeragoconorago.va.it

oppure all'indirizzo
Comune di Jerago con Orago - assessorato alla cultura -
via Roma ,17
-21040 - Jerago con Orago (VA)



30 aprile 2010

Quarto Stato


Il Quarto Stato (1901), olio su tela, cm 293x545, Milano, Galleria d'Arte Moderna (Villa Belgiojoso Bonaparte, Museo dell'Ottocento)

Il Quarto Stato fu dipinto da Pellizza tra il 1898 e il 1901 e venne acquistato per pubblica sottoscrizione dal Comune di Milano nel 1920; da allora fa parte delle Civiche Raccolte d'Arte (oggi Galleria d'Arte Moderna presso palazzo Belgiojoso Bonaparte in via Palestro). Pellizza decise il titolo con cui il quadro è universalmente noto poco prima di inviarlo alla Prima Quadriennale di Torino del 1902, in sostituzione del precedente Il cammino dei lavoratori, con una più consapevole scelta di classe, maturata a margine di letture socialiste e anche di una riflessione sulla Storia della rivoluzione francese di J. Jaurès, che in quegli anni usciva in edizione italiana economica e a dispense. Il soggetto è ispirato a uno sciopero di lavoratori, un tema che aveva interessato i pittori del realismo europeo alla fine dell'Ottocento (da Lo sciopero dei minatori di Alfred-Philippe Roll del 1884 a Sciopero di Plinio Nomellini del 1889, a Una sera di sciopero di Eugene Laermans del 1893).
Rispetto ai contemporanei il quadro di Pellizza rifiuta caratterizzazioni di eccitata protesta o di passiva rassegnazione, ma legando il tema iconografico dello sciopero con quello della sfilata che caratterizzava le celebrazioni della festa dei lavoratori, presenta una schiera di braccianti che avanza frontalmente, guidata in primo piano da tre persone in grandezza naturale: un uomo al centro affiancato, in posizione leggermente arretrata, da un secondo lavoratore più anziano e da una donna con un bimbo in braccio. La scena si svolge su una piazza illuminata dal sole chiusa sul fondo da folte macchie di vegetazione, che schermano anche le architetture esistenti, e da una porzione di cielo bluastro con striature rossastre iscritta in una cornice centinata. L'organizzazione dei personaggi fu lungamente studiata da Pellizza attraverso disegni preparatori a carboncino e gesso di grande suggestione compositiva e chiaroscurale: disegni singoli per i tre protagonisti, a gruppi per i personaggi in secondo piano, e di dettaglio per teste o mani delle ultime figure sul fondo.
Come i tre personaggi principali non si collocano su un'unica linea ma hanno un'impostazione leggermente a cuneo, così anche i personaggi in secondo piano sono solo apparentemente disposti a schiera, perché in realtà, come è ben evidenziato anche dalle loro ombre, si distribuiscono secondo una linea ondulata ribadita da un analogo comporsi del movimento delle mani nonché dal ritmo e dalla direzione delle loro teste. Questa soluzione contribuisce a evitare che il tutto appaia statico e greve, e a suggerire invece un movimento ritmico e continuo, che ben rappresenta ed evidenzia l'idea dell'avanzata. Anche le diverse condizioni di luce concorrono ad accentuare questa impressione di moto, perché mentre lo sfondo del cielo rappresenta un tramonto, le figure sono viste in una luce quasi meridiana: si accentua in tal modo l'idea dì un trascorrere del tempo e quindi di un collocarsi dell'episodio in uno spazio e in un tempo apparentemente unitari e contingenti, ma, in realtà, espressione di una dimensione più articolata e capace di alludere a un lampo e a una natura che diventano il simbolo di una storia e di valori più universali. In essi infatti si materializza l'avanzare inarrestabile di uomini e donne le cui connotazioni descrittive di età e di classe vengono rielaborate e riassorbite in forme nutrite di una profonda cultura pittorica che attinge ai modelli rinascimentali (Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Botticelli) lungamente studiati nei musei di Firenze, nelle Stanze e nei Palazzi Vaticani, e sulle fotografie Alinari, che di tali capolavori documentavano efficacemente forme, ritmi e articolazioni compositive. La volontà dell'autore di misurarsi al tempo stesso con la contemporaneità e con la storia si traduce non nella semplice riproposizione di un episodio contingente di uno sciopero o di una manifestazione di protesta, da cui pure aveva tratto fin dal 1891 la prima idea del quadro - in una ricerca che aveva prodotto il più oggettivamente naturalistico Ambasciatori della fame del 1892 e la interpretazione meno oggettiva e fortemente simbolista di Fiumana del 1895-96 -, ma nella ideazione di un quadro capace di esaltare l'oggettività delle forme e di simbolizzare tutto il cammino che la classe lavoratrice aveva fatto e si preparava a compiere, un cammino di affrancamento dall'abbrutimento della fatica verso una più umana consapevolezza del proprio valore e della propria forza, un percorso frutto di azione ma anche di pensiero.
Un simile elogio della contemporaneità non poteva essere realizzato se non con una tecnica capace di essere assolutamente moderna, e cioè scientificamente controllata nei passaggi costruttivi della figura ma anche nello studio degli accordi e dei contrasti delle luci a partire dalle basi offerte dalla fisica e dalla chimica ottocentesche. Il Quarto Stato è un'opera complessa, frutto di una tecnica cromatica matura ed efficace. Sulla grande tela, preparata a colla e gesso, Pellizza tracciò le linee di riferimento necessarie per costruire i numerosi personaggi su vari piani e la scena d'ambiente, utilizzando veline ricavate a penna sulla base di diversi cartoni a carboncino; intervenne poi col colore che usò puro, nella ricca gamma di toni messa a disposizione a fine Ottocento dalla casa parigina Lefranc, e che applicò a punti e lineette secondo le leggi del divisionismo, per rendere non solo effetti convincenti di luce ma anche di ariosità e di massa sia nel paesaggio sia nelle figure. Nel piano d'appoggio dominano tonalità ocra e rosate, che trovano il loro punto di massima accensione nel gilet rosso del personaggio in primo piano; nelle figure gli abiti sono realizzati con colori verdastri e giallo sulfurei, ottenuti con una ripetuta sovrapposizione dei vari pigmenti colorati, studiati nelle loro interferenze e nei loro timbri sulla base di cerchi cromatici del tipo elaborato da N.O. Rood (Modern Chromatics uscito a Londra nel 1879), capaci di determinare particolari intensità di toni sfruttando le leggi del contrasto e della complementarità. Anche la dimensione e la direzione delle pennellate contribuiscono a costruire le forme in modo tale da garantire a esse volume pur senza accentuarne la pesantezza o la robustezza. Analoga sapienza denotano le macchie di vegetazione che mediano con il loro controluce e la ricchezza de! fogliame tra la piena luminosità del primo piano e il corrusco tramonto di fondo. Proprio queste caratteristiche di serena oggettività, ma anche di forza e di sicura determinazione hanno contribuito a definire il valore simbolico dell'opera adottata come manifesto dai lavoratori e dalle loro associazioni fin dall'inizio della sua storia espositiva, all'origine di una lunga serie di usi e di riprese soprattutto nella seconda metà del Novecento.

[Testo di Aurora Scotti, tratto da Cento opere. Proposte di lettura, in Enciclopedia dell'arte, Milano (Garzanti) 2002]

5 marzo 2010

In difesa della storia dell'arte

Oggi vi invito a leggere un articolo che parla di cultura , di formazione dei nostri giovani, fortemente castrati anche nel settore delle arti. Mi chiedo come sia possibile che un paese come l'Italia , secondo alla Cina come patrimonio artistico possa pensare di tagliare i fondi proprio in questo settore. Settore che rende allo stato italiano più del 30% del pil.
L'articolo postato è del blog persemprechiara II e dal quotidiano Varese report


La Riforma Gelmini approvata qualche settimana fa dal Governo ha fortemente penalizzato la scuola italiana, soprattutto nell’ambito tecnico e professionale, andando a ridimensionare, accorpare o addirittura a cancellare intere discipline. In questa politica di tagli, troppo spesso sconsiderati, è stata penalizzata anche la STORIA DELL’ARTE, quando gli organi istituzionali dell’UE

ne hanno ormai riconosciuto la valenza formativa sul piano legislativo. Con i nuovi quadri orari è stato purtroppo confermato quanto previsto nelle precedenti bozze: la decurtazione radicale della materia negli Istituti Professionali Turistici e negli Istituti Tecnici Grafici. Sembra incredibile ma tale disciplina è stata completamente eliminata in due tipologie di scuole che fino ad oggi la comprendevano nel proprio profilo formativo per un buon numero di ore (3 per ogni anno nel quinquennio del “Professionale Grafico” e 3+2+2 nel “Professionale Turistico”). Da settembre i nuovi iscritti non avranno più la possibilità di vedere inserita questa materia nel proprio curriculum scolastico. Ci chiediamo quindi il perché. Quale logica abbia mosso il Ministro a optare per questo tipo di scelta.

Ci chiediamo come si possa eliminare in un istituto ad indirizzo turistico una materia volta a promuovere il patrimonio culturale che il nostro Paese possiede, considerato, tra l’altro, che il PIL del turismo culturale copre il 33% del PIL dell’economia turistica italiana per un valore di circa 54 miliardi di euro (Rapporto presentato da Federturismo Confindustria il 29 febbraio 2009).

A fronte dunque di una politica di rilancio del territorio, promossa, come si è visto recentemente anche dai cosiddetti bonus vacanze, il Governo non intende però formare degli operatori di settore sufficientemente preparati, impedendo agli studenti di acquisire gli strumenti basilari per questo tipo di attività. Quale valida accoglienza turistica potrà quindi offrire un “nuovo diplomato Gelmini” senza la conoscenza delle bellezze artistiche del proprio Paese?

Cancellare la STORIA DELL’ARTE significherà togliere un’opportunità qualificante per tutti gli studenti, slegare la scuola dal territorio e creare quindi figure professionali con forti deficit culturali e scarse competenze. Le stesse considerazioni si potrebbero fare per i nuovi Istituti Grafici.

La cancellazione di questa disciplina sicuramente avrà una ricaduta sulla preparazione globale degli studenti alla fine del percorso quinquennale. Il valore dell’arte, che da sempre in questo ambito di studi costituisce uno stimolo alla fantasia, all’originalità e alla creatività, è stato completamente disconosciuto. E’ stato infatti un grave errore di superficialità pensare di garantire solo con una formazione meramente tecnica una preparazione qualificante. Questi due ambiti non possono essere scissi. Lo studio della STORIA DELL’ARTE non può essere eliminato da un indirizzo scolastico orientato ad uno sbocco artistico. Ancora una volta questa scelta ci è apparsa quanto mai inspiegabile. Non solo agli insegnanti, però, questi tagli sono sembrati insensati.

In difesa della disciplina sono intervenuti qualche mese fa il FAI, la Redazione del TG3 nazionale, l’Onorevole Paola Frassinetti nella VII Commissione Cultura per la Riforma della Scuola, l’Associazione nazionale degli Insegnanti di Storia dell’arte chiamata in audizione presso la VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati e perfino il Presidente della Repubblica.

Nessuna voce è mai stata ascoltata. Nonostante le 4268 firme dell’appello rivolto al Ministro dell’Istruzione nessun cambiamento è stato apportato rispetto alle prime bozze della Riforma.

Il nostro patrimonio artistico/culturale vale davvero così poco da poter essere trascurato anche nelle scuole che dovrebbero conservarlo e tutelarlo come radice culturale profonda della Nazione?

Gli insegnanti di STORIA DELL’ARTE della provincia di Varese


1 marzo 2010

La forza ... delle mamme

Pubblicato su: RMFonline.it -Periodico del territorio varesino -

SOCIETA'

LA FORZA... DELLE MAMME
In un racconto riflessioni sulla nascita da parte di una mamma
Si chiama "La forza della vita" ed è un racconto autobiografico in cui l'autrice Jasna Paola Zanzottera ricorda l'"avventura straordinaria" (parole sue) di Zoe, nata prematura alla ventottesima settimana di gravidanza: un fagottino di un chilo e poco più, che lotta per la vita, ma, soprattutto, per la qualità della vita che l'aspetta.
È il punto di partenza del primo di un ciclo di incontri dedicati alla famiglia, organizzato a febbraio presso il Comune di Jerago con Orago, alla presenza di medici e autorità. Obiettivo: sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema dei nati prematuri, toccante e delicato, come ben sa chi ha vissuto la dura esperienza di una nascita difficile. Insieme, si vuole focalizzare l'attenzione sulla situazione dei genitori, che si trovano soli e impreparati ad affrontare un evento, non poi così raro, del quale, tuttavia, si parla poco.
Ma quello jeraghese è, soprattutto, un appuntamento per riflettere di maternità. L'avventura di Zoe è, principalmente, l'avventura di Jasna. Jasna che, dopo otto mesi dal parto, decide di scrivere una lettera alla bimba, che poi si rivela un buon antidepressivo per reagire alla vicenda e, solo in seguito, si trasforma in un libro, apprezzato da chi opera nel settore, ma non solo. Jasna che "rinasce" mamma per la seconda volta (ha già un altro bambino) in un crescendo di stanchezza e di speranza. Molto spesso si sottovaluta un'ovvietà: la nascita di un bimbo è anche la nascita di una mamma. Rendersene conto e sottolinearlo significa banalmente ampliare il punto di vista.
I bimbi che lottano per la vita, hanno una mamma e un papà che lottano per quella stessa vita (e, implicitamente, per la propria) ma che, per forza di cose, non sono al centro dell'attenzione e, quindi, non hanno un adeguato sostegno, al di là di quello meramente scientifico.
Ben vengano, dunque, voci come questa, iniziative che servano a far luce su tali temi per alleviare il "travaglio" di chi nasce genitore in modo tanto traumatico. Ben vengano, inoltre, per tutti gli altri: perché il racconto di una nascita sofferta, la storia di un neonato che si batte con tutte le sue energie e vince, è un messaggio positivo che, senza fare moralismi, rende ancor più intenso il gusto per il dono miracoloso della vita.


di: Silvia Giovannini

24 febbraio 2010

La vita è un dono




LA VITA E' UN DONO
Renato Zero

Nessuno viene al mondo per sua scelta,
non è questione di buona volontà
Non per meriti si nasce e non per colpa,
non è un peccato che poi si sconterà
Combatte ognuno come ne è capace
Chi cerca nel suo cuore non si sbaglia
Hai voglia a dire che si vuole pace,
noi stessi siamo il campo di battaglia
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione che ancora ci sorprende,
l'amore sempre diverso che la ragione non comprende
Il bene che colpisce come il male,
persino quello che fa più soffrire
E' un dono che si deve accettare,
condividere poi restituire
Tutto ciò che vale veramente che toglie il sonno e dà felicità
Si impara presto che non costa niente,
non si può vendere né mai si comprerà
E se faremo un giorno l'inventario sapremo che per noi non c'è mai fine
Siamo l' immenso ma pure il suo contrario,
il vizio assurdo e l'ideale più sublime
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione, ogni cosa è grazia,
l'amore sempre diverso che in tutto l'universo spazia
e dopo un viaggio che sembra senza senso arriva fino a noi
L' amore che anche questa sera, dopo una vita intera,
è con me, credimi,
è con me.

23 febbraio 2010

L'attesa ... 22 febbraio 2010





Potrei raggiungere la luna a piedi , baciarla e tornare a casa.
La frase che mi ha accompagnato per tutta la notte... questo per descrivere l'emozione di una serata, quella di ieri sera mi ha coinvolto con l'entusiasmo alle stelle e una forte carica energetica nelle vene. La giusta ricompensa per una manifestazione culturale riuscitissima. Dove l'emozione di tutti i presenti compresa la mia è stata toccata fin dalle primissime battute del Professor Gabriele Chiesa che ha saputo valorizzare nel proprio discorso , l'importanza di saper trasmettere emozioni, lasciando un segno di noi a chi verrà.

Non necessariamente tracce di inchiostro nei libri.
Si lasciano tracce nei campi e negli alberi che abbiamo coltivato, nei muri
delle case che abbiamo costruito, che abbiamo acquistato con sacrificio,
nelle parole e nei pensieri dei bambini e delle bambine che abbiamo educato.
Loro useranno questo patrimonio di valori, idee, esempi per tracciare a loro
volta segni profondi che continueranno a parlare di noi anche quando il
nostro nome sarà dimenticato nel tempo.
G.C.

L'intervista che vi confesso mi ha emozionato moltissimo soprattutto per l'intrecciarsi di brani del libro che non ricordavo così intensi nella lettura della camaleontica Chiara Palumbo ...che ha saputo rendere la serata scorrevole al punto giusto.

La visione del filmato è stata la ciliegina dell'incontro, coinvolgente per l'intensità delle immagini proiettate di Zoe dalla sua nascita a oggi.

In fine credo sia stato determinante anche l'intervento medico scientifico fatto da Cristina Colferai che ha parlato del suo ruolo all'interno della neonatologia di Varese... e della dott.essa Maria Antonietta Molinari , che ha spiegato con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, quali sono le cause di questi parti a volte burrascosi che comportano nascite di bimbi prematuri.

Un caloroso grazie va ai genitori di due (bimbi) LUCA e GIOELE che hanno voluto esserci per dare la loro testimonianza a tanti genitori che vivono e vivranno un esperienza così forte e travolgente come la prematurità e non solo del proprio figlio. Mi ha fatto veramente piacere conoscervi.

Grazie di cuore a tutti. Anche a te Grande amica Luigina, che con me sei stata l'artefice dell'inizio di un grande percorso che ci ha portato alla serata intitolata: La forza della vita: prematurità, raccontata attraverso parole e immagini , ( Promossa dal comune di Jerago con Orago).




Dedicata alle mamme e a tutti i bimbi
del mondo, specialmente
a quelli che trovano al loro arrivo,
degli Angeli in terra che dedicano
tutti se stessi alla loro salute
e li seguono con tanto amore.
Grazie



L' ATTESA

Affiora sul volto un sorriso
con l'occhio lontano nel tempo.
Tripudio di uccelli canori
in un canto tutto d'amore.
Armonia di colori più belli,
in un arcobaleno a sera,
fa che speri in ogni attesa
la gioia di qualche cosa di meraviglioso
che è la vita di un figlio che nasce.

Con simpatia Luciana



Queste poche righe mi sono state regalate e lette ieri sera alla fine di una serata straordinaria.
GRAZIE di cuore a chi c'era,
GRAZIE a chi è intervenuto ,
GRAZIE a chi ha creduto ... che un libricino come LA FORZA DELLA VITA potesse fare la differenza... trasmettendo valori importanti come la famiglia e l'amore.

Jasna